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Ivan della Mea- messaggio

Veltroni ha realizzato quello che per decenni è stato il sogno delle dirigenze del Partito Comunista Italiano: niente a sinistra del PCI. Ma le cose non stanno proprio così: niente c’è a sinistra del PCI perché non c’è il PCI e di quel che c’è nulla ci manca ma di tutto potremmo e dovremmo farne a meno perché, a parer mio, due soltanto sono le opzioni che rispondono all’ennesimo “che fare?”

La prima:   si va in montagna e si fa la guerriglia con le fronde perché siamo ecologisti e si sparano gli ultimi sassolini lasciati da Pollicino; la seconda: si fonda –non si rifonda, non si assembla, non si compiaccia- si fonda ribadisco il Partito Comunista Italiano col bollone modernissimo di Albe Steiner: signorsì. Punto e a capo. Abbiamo creduto che quindici secondi di passaggio televisivo avessero maggiore impatto del volantinaggio, della diffusione della nostra stampa, della strutturazione di nostre feste ad alto contenuto politico e culturale: siamo diventati moderni ed anche un po’ troppo amerikani. A Pistoia c’è la Breda che regala mesoteliomi esiziali da anni: certo non è faccenda di cui occuparsi politicamente: e quando mai? I treni pendolari che costituiscono la fonte di maggior reddito delle Ferrovie dello Stato sono assolutamente fatiscenti nella gran parte e malsani a dir poco: non so di un volantino distribuito ad hoc. Non abbiamo voluto capire che partecipare ai talk show agli anni zero ai ballarò non serve perché il contenitore sia rai sia mediaset sia sia è sempre più forte del contenuto e perché come diceva giustissimamente Pasolini in quel momento tu sei corresponsabile del processo di omologazione, di appiattimento demofascista. Io penso a un comunismo che non vada mai in televisione e penso a compagni disposti a darsi per la diffusione di un volantino o di un giornale rinunciando a qualsiasi presenzialismo telemediatico: così il bollone ritorna forte, significante e molto moderno: e stare nelle case del popolo nell’associazionismo pe rproporre iniziative, discussioni, dibattiti, e difendere a oltranza ma per usarle le nostre istituzioni: gli istituti storici della resistenza, i Gramsci, i circoli Di Vittorio e anche l’Istituto Ernesto De Martino che in cor mi sta quanto l’Arcicorvetto. E trovarsi davanti alle fabbriche, agli ipermercati e ai call center: ebbene sì, questo significa che il nostro comunismo deve essere il comunismo della lotta a oltranza per la difesa del lavoro certo di quello già sindacalizzato ma anche e soprattutto di quello non sindacalizzato, sia che si tratti del precariato liscio, sia del precariato “conoscitario” (vedi sergio Bologna). La nostra opposizione ha come obbiettivo la costruzione di una società di cittadini coscienti e partecipanti e ricchi di senso civico e capaci di ascoltarsi e di trovar insieme il senso di un fare comune. Il nostro comunismo mette in discussione durissima la logica del profitto di qualcosa cioè che da tempo è scomparsa dal vocabolario della politica e anche del sindacato. Noi entreremo nelle associazioni per viverle e vivendole farle sempre più nostre, più democratiche perché più aperte nei confronti di tutte le diversità, di tutte le alterità, di tutte le soggettività. Noi chiederemo con forza il diritto alla cittadinanza di tutti gli extracomunitari e col diritto di cittadinanza il diritto di poter usufruire di tutte le pubbliche strutture come qualsiasi cittadino: dalla scuola all’assistenza alla previdenza al voto. Possiamo fare delle nostre panchine e delle nostre piazze e dei mercati le nostre senzioni: fuori, fuori, fuori. E se saremo attaccati risponderemo con determinazione. E discuteremo, sì, durissimamente, davanti alle fabbriche con gli operai cgiellisti e leghisti, sindacalizzati e berlusconiani e potremo farlo perché noi siamo quelli che voglioni ragionare e vogliono capire e vogliono cambiare senza nessun cadreghino all’orizzonte. Perché siamo comunisti e per dirla con Fortini…siamo gli ultimi di un mondo – ma questo mondo non ci avrà…