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Di chi è la politica? Le diverse forme e modi dell’agire politico

Seminario- Firenze 5 luglio 2008

SEMINARIO NAZIONALE, 5 LUGLIO 2008

Di chi è la politica? Le diverse forme e modi dell’agire politico

Promosso nell'Assemblea del 19 aprile a Firenze “Per una sinistra unita e plurale” - gruppo di lavoro “Forme della politica” in collaborazione con i gruppi consiliari del Comune di Firenze di SD, PRC, VERDi e Unaltracittà/unaltromondo

Luogo: Firenze

Sede: Palazzo Vecchio, piazza della Signoria


SCHEMA DEI LAVORI

INIZIO: ore 9.30

apertura dei lavori: Anna Picciolini

interventi introduttivi: Maria Luisa Boccia, Pino Ferraris, Paul Ginsborg, Giulio Marcon

GRUPPI DI LAVORO: ore 11-ore 16.30 ( pausa pranzo ore 13.30-14.30)

PLENARIA FINALE con report gruppi di lavoro: ore 17-19



INDICE RAGIONATO PROVVISORIO dei Workshop

I quattro workshop esplorano in ambiti diversi un’unica proposta – che la sinistra non può rinascere se non mette al centro della sua attività la creazione di cerchi sempre più estesi di cittadine/i con un approccio profondamente critico rispetto all’organizzazione attuale della società, capaci di lottare insieme per innescare processi di mobilitazione, di rottura e di riforme, e unite/i da modi e regole del tutto nuove per stare insieme in modo democratico e nonviolento.

Modalità: la discussione di ogni gruppo di lavoro è promossa da 4 facilitatrici/facilitatori che hanno il compito di organizzare di presiedere e introdurre la discussione, definire il report per la plenaria finale, predisporre la pubblicazione degli atti ( prossima comunicazione)


Workshop 1: Soggettività, rapporti interpersonali, politica.

Il personale è politico. La necessità di partire dalla soggettività e dai territori della coscienza individuale. La politica non come missione esterna e estraniante ma come realizzazione di un progetto insieme individuale e comune, governato da rapporti interpersonali di rispetto, di auto-disciplina, di non-aggressione, di solidarietà. La cultura del pacifismo non solo come ambizione esterna ma come pratica interna. Le regole che derivano da un’impostazione simile – l’inclusività, l’incoraggiamento alle altre e agli altri a prendere la parola, la rotazione degli incarichi, i tempi concordati degli interventi uguali per tutti, la capacità individuale di contenersi e lasciare spazio. La critica del leaderismo, carismatico e narcisistico, sempre più richiesto dalla politica contemporanea a tutti i livelli e sempre più lontano da qualsiasi modello democratico sostanziale.

Finora non abbiamo saputo praticare quei modelli alternativi di convivenza e tuttora gran parte dei nostri modi di fare politica rispecchiano quelli più tradizionali. La necessità di un ripensamento profondo e l’evolversi di comportamenti e regole diverse. Il contributo del femminismo e del movimento delle donne a questo processo. Donne e uomini nel nostro movimento – valori, disparità, pratiche patriarcali perduranti. La ricerca di una comunità democratica fondata sul sull’uguaglianza tra i generi e il riconoscimento della differenza - non una comunità tout court, falsamente neutra.

Il famoso detto di Clausewitz – ‘la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi’ – va rovesciato. E’ la politica oggi, con le sue pratiche e linguaggio spesso violentissimi, che è la continuazione della guerra con altri mezzi. Come facciamo noi a creare una politica diversa, che si stacchi nelle sue regole e nella sua metodologia dalle violenze che ci circondano?

Una politica intesa come l’opposto della guerra, cioè come modo non distruttivo di gestire i conflitti. Dove inizia la violenza, la coercizione, l’imposizione, la sottomissione…finiscono il dialogo, le “buone relazioni” partecipative e la “buona politica”. Le modalità nonviolente di esercizio del potere come sistema condiviso di regolazione sociale sono il cuore della politica.

Workshop 2: Le vecchie e nuove forme dell’aggregazione politica.

All’inizio del Novecento l’impietosa denuncia di Robert Michels, tuttora di una rilevanza elettrizzante, del grande partito di massa che era la Socialdemocrazia tedesca. Le logiche interne del partito fortemente verticistico e burocratizzato, il suo linguaggio tutto addobbato di un simbolismo militare. La continuità di questo modello per tutto il Novecento europeo, con pochissime eccezioni. La variante del centralismo democratico leninista-comunista, fertilissima per la centralizzazione del potere, molto meno per la democrazia sostanziale. In Italia la funzione educativa di massa del modello partitico comunista per quanto riguarda la solidarietà e la coscienza di classe, l’acculturazione, l’insediamento territoriale, la mobilità sociale (dentro e fuori il partito), ma la sua forte tendenza anche a verticalizzare il potere, a consolidare ruoli tradizionali di genere ed a creare fideismo e leaderismo. Il suo atteggiamento mange-tout verso la società civile e la formazione di una sub-cultura comunista piuttosto che una comunità plurale di cittadine/i critiche.

Mancanza di laicità (non nel senso di rapporto stato-chiesa, ma nel senso di approccio critico).

La ricerca di nuovi modelli di aggregazione che sono in contrasto con l’esperienza novecentesca. Vogliamo proprio salvare la nozione e pratica di partito, e se la risposta è sì, in che forma? ? Gli esempi di partiti come associazioni, di associazioni come il il partito operaio belga tardo-ottocentesco, analizzati da Ferraris. Le loro basi nella mutualità, nella resistenza di classe, nel federalismo funzionale ed orizzontale. La loro relazione integrante con la società civile – non egemonizzante, non burocratica, senza organizzazioni collaterali. Un partito che cresce dalla società civile e che riesca a rappresentarla in tutta la sua pluralità. Dall’altro lato, le difficoltà di adattare un modello tardo-ottocentesco alle realtà di oggi. La frammentazione delle identità individuali contemporanee, il pericolo di proporre modelli di socialità e di lavoro sul territorio che sono antiquate e superate.

La proposta attuale di un’aggregazione politica basata sulle socialità emergenti e sull’autonomia territoriale e regionale nel contesto di un federalismo sostanziale. La necessità di una forma di organizzazione politica trasparente, Roma-fuggente, che ‘decostruisce, cede, decentra, abbassa, distribuisce il potere rendendolo gestibile e controllabile dalle forme di soggettività dirette di autogoverno’ (Paolo Cacciari). L’immagine metternichiana del potere che scende in rivoli dall’alto della magnifica fontana imperiale. La nostra contro-immagine dell’acqua che non scende ma sale.

La tensione perenne tra efficacia e democraticità : femminismi, ambientalismi, movimenti non sono riusciti, nonostante i tentativi, a superare il dualismo fra pluralità e unità, lo iato fra perseguimento del più largo consenso e operatività in tempi ragionevoli degli orientamenti. Quali modalità e regole della decisione all’interno di un’organizzazione politica decentrata unitaria e plurale?

Perdurante impermeabilità della politica e dell’economia alle culture dei movimenti degli ultimi quarant’anni.

Workshop 3: Democrazia, partecipazione, deliberazione.

La debolezza attuale della democrazia rappresentativa, minata dall’inefficacia delle istituzioni, dalla pochissima fiducia nella classe politica e nei suoi partiti, dall’autoriproduzione della sfera politica come sfera separata dalla società. La necessità di combinare democrazia partecipativa e democrazia rappresentativa, la libertà degli Antichi con quella dei Moderni. La moda invalsa in tutta Europa di proporre consultazione e partecipazione come rimedio alla debolezza democratica, ma la natura in gran parte fasulla e strumentale di questi tentativi. L’ammonimento del Rapporto indipendente sullo stato della democrazia britannica, Power to the People (2006): ‘L’evidenza da noi ricevuta…è che il cinismo popolare nei confronti della consultazione pubblica sia molto forte. Il processo è largamente considerato come privo di significato, dato che è spesso poco chiaro quanto un processo consultivo possa influenzare le decisioni finali prese dai funzionari o dai rappresentanti’

Due parametri sono necessari per identificare un processo di arricchimento democratico attraverso la partecipazione. Il primo, il grado in cui tale processo, mettendo l’accento sulla continuità della partecipazione, contribuisce a creare cerchie sempre più ampie di cittadini critici, informati, partecipi, che dialoghino con politici e amministratori su una base definita di eguaglianza e rispetto reciproco. Il secondo, il grado in cui le prassi deliberative contribuiscono a mutare il comportamento stesso dei politici e l’idea che essi hanno delle loro prerogative e dei loro doveri . Improbabilità, nell’assenza dell’uno o dell’altro parametro, che la sperimentazione deliberativa contribuisca molto al rinnovamento a lungo termine della democrazia.

Uso dei nuovi strumenti di democrazia partecipata per arricchire le nostre forme di democrazia interna. Potenzialità positiva del modello dell’ ‘Electronic Town Meeting’ e di altre forme di ‘Open Space Tecnology’ , per il coinvolgimento di tante persone che in assemblee ‘tradizionali’ non prenderebbero mai la parola, né voterebbero. Invecchiamento e inefficacia dal punto di vista democratico di molte delle nostre attuali forme di aggregazione e processi decisionali. Uso dell’ ‘e-democracy’ ma anche insostituibilità delle riunioni faccia-a-faccia, con nuove modalità comunicative sperimentate nei movimenti e altrove - il cerchio, il giro delle opinioni, i piccoli gruppi….

Workshop 4: Il cambiamento attraverso l'azione riformatrice.

Tradizione socialista e social-democratica delle riforme che scendono dall’alto verso una cittadinanza atomizzata, grata (non sempre) ma passiva. Questo processo come chiave di lettura storica del welfare state europeo. Per contrasto, la proposta dei ‘rolling reforms’, cioè le riforme che, strada facendo, portano la gente a interessarsi della politica, ad auto-organizzarsi, a prendere una parte attiva e continuativa nel processo riformatore.

Esempio storico dei decreti del 1944 del ministro comunista dell’agricoltura Fausto Gullo, riguardanti la riforma agraria del Mezzogiorno. Uno dei decreti-chiave permetteva ai contadini di occupare terreni incolti o mal coltivati solo se si organizzavano in cooperative di produzione: ‘la nuova legge, imponendo ai contadini di organizzarsi in cooperative e comitati per poter usufruire dei benefici previsti, costituì il più robusto incentivo a una loro azione collettiva’.

La tradizione socialista e comunista (Giolitti, Lombardi, Togliatti, ecc.) delle riforme di struttura. Nella loro elaborazione mancanza di riferimento concettuale a una cittadinanza attiva. L’individuo è di nuovo il recipiente non il protagonista dell’azione politica.

Le possibilità delle ‘rolling reforms’ nell’azione sull’ambiente: la raccolta differenziata e il risparmio energetico, e nella sfera della partecipazione: assessori alla partecipazione che investono in sperimentazioni di auto-organizzazione davvero collettivi e continuativi. Le esperienze della val di Susa e di Vicenza come esempi di coinvolgimento e partecipazione sostanziale dei cittadini rispetto alle amministrazioni.

La necessità di misurare in rapporto alla natura delle riforme eventuali alleanze con il Partito Democratico. Il tema, complesso ma ineludibile, del ruolo dello Stato in relazione alla metodologia delle riforme. La “rivoluzione” come processo riformatore di cui non è possibile prefigurare tutti gli esiti, perché questi ultimi dipendono anche dai processi partecipativi attivati (Lidia Menapace).